Mattia Surroz

Intervista a Mattia Surroz, fumettista

Mattia Surroz
Tutte le immagini e le foto in questa pagina per gentile concessione dell'artista.

In questa puntata di Iride intervistiamo Mattia Surroz, fumettista.

La conversazione esplora temi fondamentali come il diritto all'esistenza della comunità LGBTQ+ al di là del 'love is love', l'importanza politica del corpo e la percezione della bellezza.

Mattia Surroz riflette anche, a partire dal suo ultimo lavoro "Riflesso Perfetto" (Sergio Bonelli Editore), sul coming out negato, l'invecchiamento, la morte e il significato dell'estate nel suo lavoro.
Inoltre, discute la sua esperienza come artista queer anche all'interno del suo lavoro e la necessità di rappresentazione onesta nella narrativa.

Una puntata ricca di riflessioni profonde sull'sperienza LGBTQ+ e l'arte come forma di lotta politica.

Scopri di più su Mattia Surroz su Instagram e Facebook.

Ascolta l'intervista completa

🎧 Spotify
🎧 Apple Podcasts
🎧 Amazon Music
🎧 Youtube

Leggi l'intervista

Iride: Stai ascoltando Iride, Il podcast che guarda il mondo attraverso gli occhi di artiste e artisti LGBTQ e ally.

Io sono Guido e oggi scopriremo passo a passo il mondo di Mattia Surroz. Benvenuto!

Mattia Surroz: Grazie! Grazie dell'invito e ciao a tutti gli ascoltatori!

Iride: Nella tua ultima graphic novel "Riflesso perfetto" per Sergio Bonelli, i corpi dei protagonisti sono molto presenti, eppure sono continuamente negati. Che cosa significa? Che significato ha per te il corpo di una persona LGBTQ?

Riflesso perfetto

Acquista ora con il 10% di sconto utilizzando il codice esclusivo IRIDEPOD23 sul sito della Libreria Antigone (ordine minimo 20€).

Acquista Ora

Mattia Surroz: Guarda, mi piace come l'hai definito, perché è vero che il corpo in "Riflesso perfetto" ha comunque una sua centralità. Però prima di addentrarmi nei meandri del libro, preferisco prima rispondere alla tua domanda, perché poi mi perdo, vedrai durante questa chiacchierata quanto sono distratto, proprio anche dal punto di vista della chiacchiera.

Che importanza ha? Bhe, io credo che il corpo sia assolutamente politico. Non sono il primo a dirlo, non sono quello che l'ha detto meglio.

Però c'è una cosa che diciamo, apriamo un preambolo, e questo quindi riguarda soprattutto non solo l'orientamento, per quel che mi riguarda, ma anche l'identità di genere.

Perché se c'è una cosa che succede, ancora di più a livello di discriminazione verso la comunità, non è tanto verso i gay, i gay sono accomodanti. Se sono come Tiziano Ferro sono socialmente, diciamo "accettabili".

"Accettati" anche è una parola orribile.

Mentre invece poi qualcuno ti viene a dire che quando sei vestito da fatina durante il Pride non sei accettabile e a te non dovrebbero far crescere un figlio.

Questo è il punto e tanto meno a qualcuno che nasce in un corpo in cui non si identifica o che decide di fare del proprio corpo quello che vuole o di evitarlo come meglio crede.

Quindi io credo che il corpo sia centrale soprattutto in questo senso. Perché partendo proprio dalla questione femminista la questione del corpo è sempre raccontata dallo sguardo di qualcun'altro, mai di chi lo abita. Parlavo del femminismo perché le donne sono abituate da millenni a sentirsi giudicare per il proprio aspetto tanto da farlo anche tra di loro senza accorgersi di quanto questa cosa sia deleteria.

E i gay pure e le lesbiche pure. Perché tutti viviamo in una società fatta di immagini in cui ci sono dei canoni che ti dicono: questo va bene e questo non va bene.

Tanto che tu non sai neanche cosa ti piaccia, a volte, perché sei abituato a farti piacere quello che piace alla maggioranza. Non so se ho risposto.

Iride: Parlando di corpi e parlando di come ci si percepisce, nel tuo ultimo lavoro "Riflesso perfetto", ad un certo punto i due protagonisti si guardano allo specchio della camera nella casa di riposo dove vivono e si vedono brutti. Si dicono:"Quanto siamo brutti."

Che cos'è per te la bellezza?

Mattia Surroz: La bellezza prima di tutto io credo che non sia né un merito né un valore, ma sia un caso.

E che soprattutto sia assolutamente soggettiva. Nel senso, parlando di corpi, parlando di persone, noi siamo abituati subito ad avere un diverso tipo di approccio verso qualcuno che troviamo esteticamente gradevole.

Quella gradevolezza io credo non solo che sia soggettiva ma credo che cambi col tempo e faccio dire ad Enea quando si guardano appunto allo specchio:" Quanto siamo brutti" perché lui in qualche misura non ha accettato il tempo che ha passato.

Sostanzialmente quello che gli è successo, s'è lasciato vivere, la vita gli è scorsa addosso e quando si ritrova con Giacomo vicino proprio i loro corpi di nuovo vicini, come era successo quando si conobbero da giovani si rende conto che non sono più gli stessi. Perché se c'è una cosa che anche è centrale in "Riflesso perfetto" è proprio la questione del corpo invecchiato.

Perché il corpo, se è anche il nostro veicolo per il piacere o anche per il fatto di essere veramente noi stessi, quando sei vecchio diventa quasi un impiccio perché è qualcosa che smette di funzionare come funzionava prima. È qualcosa che cambia in maniera irreversibile ed è qualcosa che nessuno associa alla bellezza.

E' un po' come se dici:" Eh, però per avere quell'età è un bell'uomo, per avere quell'età è una bella donna."

È un discrimine, è come quelli che dicono:" è grassa, ma è bella"

E in quel "ma" c'è tutto il discorso, perché vuol dire che la vecchiaia esclude la bellezza, il grasso esclude la bellezza e bla bla bla.

Mentre invece è su quel "ma" che a me piacerebbe discutere e in cui io quando parlo di corpi cerco di discutere. Perché si parla di corpi non conformi a volte. Ma conformi a cosa? Alle immagini della moda?

Io credo che un corpo sia più o meno funzionante, ma conforme no. È anche come dire:" Sei in forma." O "Sei in sovrappeso." Rispetto a cosa? Rispetto a chi?

Quando disegno cerco sempre di variare anche proprio dal punto di vista del disegno, ogni singolo corpo. Perché è una cosa che cerco di fare, di dire che in realtà vanno tutti bene.

Poi possiamo discuterne sul funzionamento e anche in quel caso forse bisognerebbe fare un po' più di attenzione perché si sfora poi nell'abilismo e quindi dire se un corpo non funziona, cos'ha? Non ha il diritto di esistere? È brutto?

Iride: Il tempo che passa e la morte sono anche al centro di un altro tuo lavoro della serie "Dieci ottobre", che è stata scritta da Paola Barbato e che tu hai illustrato.

Che rapporto hai tu con l'invecchiamento e la morte?

Mattia Surroz: Bisogna sempre discutere se si parla della propria o di quella altrui. Questo riguarda anche per l'invecchiamento. In generale, quello di cui mi sono reso conto io, stando nel contemporaneo, è che l'invecchiamento viene vissuto sempre come una colpa da chiunque perché sembra che non sia più permesso invecchiare perché quando qualcuno ti dice:" Ah, non ti avrei dato la tua età" pare che ti abbia fatto un complimento. E tutti dicono:" Ah, grazie!" Un po' in maniera civettuola.

Soprattutto le donne a cui uno si chiede l'età. Però c'è un po' quel retrogusto sempre del:" Ah, io sembro più giovane di quello che sono". Come se sembrare più giovane fosse appunto un valore o addirittura un merito.

Tanto che appunto io vedo nella società la gente che è terrorizzata dall'invecchiare e quindi se perdi i capelli, se li deve andare a far trapiantare, se gli casca un po' la guancia si deve fare un po' di botox, se questo e quell'altro.

Quindi sembra la mia una crociata contro la chirurgia estetica o contro il fatto di tenersi in forma. No, non è questo il punto. Io credo che ci sia un sacco di roba patologica che in questo momento storico è assolutamente accettata perché è diffusa. Quindi quando io vedo qualcuno che a sessant'anni tenta in tutte le maniere di mostrarne trenta penso che non stia bene.

Però dall'altra parte, dico:" Tu chi sei per giudicare qualcuno che vuole fare questo del suo corpo?" Assolutamente nessuno. Il problema è il motivo per cui lo fai, perché la gente dice:" Sto meglio con me stesso". Io non ho mai visto nessuno stare meglio.

Ho visto tutti raccontare che stanno meglio e qua si sviluppa quella cosa narrativa che tu vuoi far vedere agli altri qualcosa che poi in realtà non lo è mai.

Da quando esistono i social noi abbiamo smesso di avere rapporti precisi con la verità. In questo caso perché tu mostri di te solo quello che vuoi e puoi far di te qualunque tipo di narrazione e anche del tuo corpo, che da una parte è bello perché ha a che fare con la libertà di fare col proprio corpo quello che vuoi. Dall'altra parte, si perde quella verità e si creano quei meccanismi per la quale, se tu quindi non ti tingi i capelli sei probabilmente una donna sciatta. Se tu hai deciso che non dimagrisci perché ti vai bene così, ti trascuri bla bla bla.

E questo per me ha molto a che fare con la libertà di vivere il corpo. E parlavi dell'invecchiamento, quindi l'invecchiamento parla di questo.

Conseguentemente cos'è questo? È un rifiuto evidentemente della morte. Perché l'invecchiamento cosa ti sta ricordando? Che tu sei finito, che il tuo corpo smette di funzionare tutti i giorni un pochino, peggiora fino a non funzionare più del tutto e a non servirti più.

Perché la nostra società della morte non parla.

Iride: Mentre tu ne parli spesso. 

Mattia Surroz: Io non vorrei parlarne però mi è successo appunto con "Dieci ottobre" di stare due anni e mezzo su questa storia che ha come perno centrale la maniera in cui la morte viene percepita a livello sociale e mi sono accorto che è molto interessante, ogni tanto, provare a pensarci. Non solo per quel discorso di:" Ah, ma se ci pensassimo un po' di più, non ci perderemmo in tante cavolate."

Perché quello è un po' retorico. Quanto sul fatto che se ne hai un po' meno paura, probabilmente non ti preoccupi di molte cose di cui noi tendiamo a preoccuparci. Forse è quello.

Io parlavo della morte anche in qualche misura che si avvicina in "Riflesso perfetto", ma solo per una questione narrativa perché ho deciso di raccontare la storia di due persone molto anziane e che devono farci i conti.

Perché un vecchio cosa fa? Si sveglia al mattino e aspetta di morire, soprattutto quelli che ho raccontato io, perché sono in un ospizio e loro hanno una realtà piccolissima fatta di abitudini cementificate quindi non è che abbiano un vero e proprio scopo.

Ti svegli ed è un giorno in più, dove fai le solite cose che hai fatto anche ieri. E un giorno poi non le farai più.

È qualcosa di cui io non so trattare e di cui mi sono preso un po' il rischio. Perché io non ho novant'anni. Non so come ci si senta, però mi sono reso conto che ho passato molto della mia vita a vivere più come un vecchio che come un ventenne. Cioè, sono molto più giovane adesso che ne ho quarantadue di quando ne avevo venti.

Iride: In che senso hai passato la tua vita a vivere come un vecchio e non come un ventenne?

Mattia Surroz: Perché questo di nuovo si ricollega alla questione del mio orientamento.

Perché quando tu sei molto piccolo, o almeno quelli della mia generazione, non hanno avuto nessuno che gli venisse a dire:" Guarda che questa cosa va bene, è okay."

Abbiamo dovuto imparare da soli a dircelo e abbiamo dovuto farlo spesso in una situazione assolutamente ostile. Più o meno ostile, ma questo credo che sia l'unica vera cosa che accomuni tutte le persone che fanno parte della comunità LGBT.

C'è una fatica in più allo stare al mondo, perché nessuno ti aveva dato qualcosa e in più mancavano anche degli esempi. Io quand'ero piccolo, non sapevo neanche usare queste parole perché non le avevo, non le avevo!

E la vaghissima concezione di chi non era etero mi arrivava dalla TV, forse, da esempi in cui io non potevo riconoscermi. Perché mi ricordo per esempio di Elton John col suo pianoforte, gli occhiali tondi o mi ricordo di Renato Zero con le tutine, che però appunto non ha mai neanche detto di essere gay.

Ecco, il punto è proprio che mancandoti qualunque forma di rappresentazione quando sei piccolo sei da solo.

Per provare a risponderti, quando avevo quindici anni, pensando che tutte quelle cose che gli altri vivevano a me fossero negate, nessuno mi aveva spiegato il perché, ma mi era chiarissimo che mi fossero negate, io vivevo come un vecchio, non vivevo come uno di quindici anni che si vuole mangiare la vita, che si innamora ogni tre minuti.

Perché nel malaugurato caso che a me venisse una qualche cotta, tutte le mie cotte io le ho rimosse o le ho addirittura qualche in qualche misura negate e soprattutto non sono mai esistite non solo perché non le dicessi ai diretti interessati ma non le dicevo neanche a me stesso che è quello che fa un anziano: vivere senza nessun tipo di aspettativa.

Iride: Il coming out negato è un tema che hai trattato anche nei tuoi lavori. "Riflesso perfetto" è il perfetto esempio di questo. Un coming out negato.

Mattia Surroz: È un vero monito "Riflesso perfetto" su questa cosa, sul coming out negato. Certo.

Iride: Che cosa ha significato per te raccontare di un coming out negato? E soprattutto, è veramente negato? Perché poi a un certo punto, per chi non ha ancora letto il libro, è socializzato il fatto che queste due persone sono vicine in qualche modo.

Mattia Surroz: Qua bisogna partire dal motore che mi ha portato a raccontare questa storia.

Ed era qualcosa che è nato tanto tempo fa.

Io credo che chiunque racconti storie abbia delle tematiche, delle cose che gli stanno più a cuore in maniera del tutto spontanea e quindi non saprei chiedermi perché qualcuno preferisca parlare di qualcosa piuttosto che di qualcun'altro.

Nel mio caso sicuramente c'era qualcosa da aggiustare. Che riguardava appunto il rimpianto, il tempo perso, il tempo che non torna e io ho, ricollegandomi a quello di cui parlavo prima, ero molto abituato a convivere col rimpianto perché a vent'anni già pensavo: tutto quello che avrei dovuto fare che fanno tutti i ragazzini non l'ho mai fatto e non lo farò più. Perché non puoi farlo a trent'anni. Sei fuori tempo massimo.

E quindi era qualcosa che mi era incredibilmente familiare. Questo concetto e il motore del libro è stato proprio una sorta di domanda un po' cretina che mi sono fatto, cioè:" Che cosa sarebbe successo? Come sarebbe andata a me se io non avessi avuto il coraggio e anche il contesto, la fortuna di riuscire a fare il coming out?"

La risposta è:" Avrei vissuto probabilmente come protagonista del mio libro, cioè Enea."

In sostanza Enea vive la vita che io ho scampato in qualche misura e questa cosa del coming out negato per me ha assunto due significati completamente opposti. Uno era:" Quanto è importante? Quanto è necessario? Quanto è fondamentale fare coming out?" Perché altrimenti non si riesce a vivere come si dovrebbe.

E dall'altra parte invece è quasi un elogio, vien da dire, ai deboli che non hanno potuto, che non sono riusciti o perché il contesto aveva già deciso per loro, di fare questa cosa. Perché io sono sempre stato convinto da quando ho fatto coming out che tutti dovessero farlo, che tutti devono trovare il coraggio che qua, che là,... e io pensavo sempre: ma se ci sono riuscito io che arrivo da un paesino piccolino e ho già quarantadue anni ed è stato tutto complicato molto più di quanto non lo sia ora, odio tutti quelli che non lo fanno adesso.

Quindi sembra un po' un controsenso che abbia deciso di fare un elogio a chi non lo poteva fare. Però ho pensato che è una cosa molto nuova questa, molto contemporanea.

E poi è soprattutto molto variabile dal punto di vista geografico perché io, per esempio, non vivo più in Italia e da quando non vivo più in Italia mi sono accorto che basta cambiare contesto di pochissimo per smettere di preoccuparsi di tutta una serie di cose o di vedere i limiti dove da qualche altra parte li hanno imposti.

Però penso che sia molto più facile per un ragazzino di quindici anni che arriva da una famiglia più o meno colta, che vive nel centro di una città europea, fare coming out rispetto a un ragazzino che vive in Libia e quindi il contesto culturale è ovvio che a volte decide per te.

E io allora ho pensato: ma tutte quelle migliaia, milioni di persone che non ci sono riuscite prima di me, prima di noi e tutte quelle che non ci stanno ancora riuscendo adesso per svariati motivi, gliene devo fare per forza sempre una colpa?

Perché, per esempio, Enea non è che è a rischio di morte, non è iraniano, non è che dice se faccio coming out mi impiccano, però è la sua opzione. Nel libro lo dice proprio lui:" Io non saprei come fare e tutte le volte che ci penso a come a liberarmi di questa cosa, l'unica soluzione che trovo è proprio un cappio."

Si vede nel libro che a un certo punto ne sbucano uno dietro l'altro ogni giorno.

Perché questa cosa qua succede a moltissima gente e io mi sono accorto che succede a tutte le latitudini, anche a chi a volte pensi: ma tu sei in un contesto favorevole, no? Dovresti riuscirci. Eppure se guardi i dati e guardi cento ragazzini che si sono tolti la vita sotto i diciott'anni anche in Europa, anche a Milano, più della metà, non conosco la percentuale precisa, ma tenderei a pensare che sfiora l'ottanta percento, è per qualche motivo di questo tipo.

Cioè aveva paura di dire alla gente che non era etero. Perché noi viviamo in una società che cresce ancora tutti i bambini come se lo fossero, quindi tu devi smentire, un giorno o l'altro tu devi svegliarti e dire:" Adesso vi smentisco."

E quella cosa, per tornare al corpo di cui parlavamo prima, è piazzo davanti il mio corpo e ti dico:" Ti stai sbagliando. Esiste anche questo. Esisto anche io.". E devo, prima di tutto, imparare ad andarmi bene da solo, perché nessuno mi ha insegnato a farlo e poi insegnarlo pure agli altri.

Quindi andare da mia mamma e dire:" Guarda che se uno si mette lo smalto non c'è niente di male, guarda che se un bambino gioca con questo giocattolo non c'è niente di male, guarda che se questa bambina vuole i capelli corti non significa che le piacciono le femmine, significa che le piacciono i capelli corti, bla, bla, bla."

Iride: Il tuo lavoro ha quindi anche un intento volutamente educativo?

Mattia Surroz: Oddio, no, questo non mi sento di dirlo non per umiltà, ma perché penso che chi racconta storie in qualche misura durante la narrazione, il giudizio lo sospenda.

Però dall'altra parte sono assolutamente convinto che nessuno sia imparziale e che ogni volta che tu ti metti a raccontare una storia, adotti un preciso punto di vista e quindi una precisa posizione e prendere posizione significa inevitabilmente non prenderne un'altra. Non puoi essere equidistante da tutto. Quindi io non voglio essere educativo ma voglio dire l'urgenza che ho avuto io di raccontare questa storia a qualcuno può servire, a qualcuno no, a qualcuno farà orrore, qualcuno ci impazzirà. Non è questo mai il punto e non è l'educazione in sé, è proprio il fatto di esistere che è importante, quella cosa di cui parlavo all'inizio.

Esiste anche questo e io te lo racconto e leggere le storie in generale, i fumetti, i libri, serve a quello: a renderti conto che il tuo mondo non è tutto il mondo. E quando tu leggi una storia di qualcuno che non ti somiglia o che vive in un posto lontano, serve soprattutto per relativizzare e quindi non ho un intento educativo.

Sicuramente se lo leggesse un omofobo male non gli farebbe, ecco.

Però io sono anche dell'idea che l'omofobia sia una cosa condivisa, comune e quasi del tutto universale. E riguarda anche me, riguarda anche te, riguarda anche tutti quelli che sono convinti di non esserlo.

Io non ho mai sentito un vero omofobo dire "io sono omofobo". Ti dicono:"Io non sono omofobo, ma bla bla bla." E più sei omofobo e più ti dà fastidio che qualcuno ti taccia in quel modo là.

Mentre invece io qua non mi sono accorto di quanto lo fossi o di quanto fossi maschilista, è stato solo la ragione per la quale io ho preso le distanze dal mio contesto.

Come dire sono omofobo perché sono cresciuto in un contesto omofobo. Sono legato a tutta una questione di etero normatività perché sono cresciuto in una società etero normata e sono maschilista perché sono in una città profondamente patriarcale e quindi quello che devo fare prima di tutto è accorgermi quando ci sono manifestazioni di questo tipo e poi prendere posizione, come dicevo prima.

Prima facevo questo piccolo approccio ai social, perché i social ci hanno dato un pubblico. Chiunque ha un pubblico. Prima per avere un pubblico dovevi fare qualcosa per meritartelo. Adesso basta che tu esista. E va bene, va male, questo non sono io che arrivo a dirlo.

Quello di cui mi sono accorto, però, è che quando hai un pubblico più o meno grande, tu hai delle responsabilità. No? Perché noi le chiamiamo chiacchiere da bar, però io quando andavo al bar e c'era un coglione, magari mi rovinava la giornata. Quindi non erano chiacchiere da bar: era violenza. E quella violenza quando si amplifica a tal punto da: non sento più la cretinata di un singolo deficiente, ma ne sento milioni tutti i giorni, quella roba lì diventa un macigno insostenibile.

Quindi io quello che penso è che la mia opinione serve a ben poco, ma cerco di fare meno danni possibile, perché noi pensiamo che sia tutto innocuo e di innocuo non c'è quasi nulla.

Iride: Da qualche anno lavori anche con la Disney per Topolino, con Panini, con progetti di questo tipo. Riesci a inserire riflessioni come quelle che ci hai raccontato adesso anche in quel tipo di contesto o è più difficile?

Mattia Surroz: Quello che penso è che è vero che mi muovo su registri molto diversi, lavoro su delle cose molto diverse ed è vero che sembra quasi che sia abitato da due autori diversi, perché se tu prendi "Riflesso perfetto", prima parlavi anche di "Dieci ottobre", ma potremmo citare tanto del mio lavoro extra Disney e poi lo compari a quello che è la mia produzione lì dici:" Non sembra che sia la stessa persona."

In realtà questo ha a che fare molto anche proprio con la libertà che uno si prende di fare quello che vuole e cioè perché devo scegliere se fare una cosa o l'altra quando facendomi il culo posso provare a farne diverse?

Io non ho mai creduto ai tuttologi, a quelli che cantano, ballano, fanno,... non credo di essere e neanche di voler diventare Jennifer Lopez.

Il punto è so che fare fumetti è una cosa che mi è assolutamente indispensabile, è una necessità, è una cosa per cui ho dedicato tutta la vita e sto studiando tutti i giorni per imparare a farlo meglio che posso.

Il fatto che lavori per Disney a me sembra bellissimo.

Prima di tutto perché riguarda un sogno d'infanzia raggiunto. Quindi quando sai la gente chiede se hai dei sogni, io i sogni non li ho, i sogni li ho già tutti realizzati, ovviamente se ne creano di nuovi. Però io non ho sogni nel cassetto. Il mio cassetto è vuoto, ci son le calze.​

Però questa cosa qua che mi chiedi tu, quanto io ci riesca, io non cambio particolarmente approccio. Mi adeguo al contesto che è un po' come quando scegli i vestiti da mettere.

E quindi nonostante la libertà assoluta che tu hai di fare quello che vuoi e di metterti quello che vuoi, credo che ci siano delle cose che ti stiano meglio in un posto piuttosto che in un altro. Perché a me, per esempio, piace mettermi tutto in ghingheri quando vado a un matrimonio. Non lo farei per andare in spiaggia, che non vuol dire che non possa fare le cose in entrambe le situazioni, ma per me per il lavoro vale lo stesso. Quindi quando io lavoro per Disney, non è che mi dimentico di quelle questioni, penso semplicemente che passi attraverso altri canali, che sto parlando con un pubblico diverso.

Io non lo so se sono etero o no. Non so se sono tutti cisgender o no, ma è importante ai fini della storia? No.

Quindi qua mi ricollego a quella cosa che forse dicevamo fuori onda, che io a volte raccontando storie, mi sono reso conto che ultimamente c'è un po' la necessità, peraltro legittima, di rappresentazione. E quindi tu non vedi più una serie TV dove sono tutti etero, che va benissimo, perché è vero che nella società non lo siamo tutti, cioè non lo sono tutti, però è vero anche che secondo me quella questione lì, soprattutto quando racconti una storia, deve avere una valenza narrativa.

Alcuni direbbero:" Eh no, ce n'è bisogno perché c'è bisogno di essere rappresentati." Ma poi di solito sono gli stessi che si lamentano e dicono:" No, questo tipo di rappresentazione è sbagliata perché non bisogna rappresentare il lesbiche in questo modo, non bisogna parlare di gay in quest'altro..."

E quindi diventa un controsenso se io decido di dire di un personaggio qual è il suo orientamento sessuale o qual è la sua identità di genere.

E' sacrosanto che lo faccia. È giusto. È come nella vita quotidiana, come nella realtà. Ma dall'altra parte questa cosa in che momento ha rilevanza? Per esempio sul lavoro non dovrebbe averne. Eppure ce l'ha per noi, perché è un dato di fatto, per esempio, che le persone transessuali facciano più fatica a trovare lavoro rispetto a quelle cis o è probabile che in alcuni ambienti ti dicano:" Questa cosa non va bene perché è troppo qua, troppo là." C'è ancora anche nella comunità quel discorso di essere troppo vistosamente qualcosa. E io non ho mai sentito dire a nessuno che una donna è troppo vistosamente etero o che un calciatore troppo vistosamente etero. Non l'ho mai sentito.

Iride: L'estate è molto importante in "Riflesso perfetto". Nel tuo ultimo lavoro l'estate è al centro della narrazione. Ritorna continuamente, anche metaforicamente parlando.

Che cosa ha significato per te l'estate nella tua vita?

Mattia Surroz: L'estate è sempre stata associata non solo da me, ma un po' da tutti, al tempo della vacanza, al tempo dello svago e il caldo, il tempo che si dilata e per me ha sempre rappresentato una specie di, come dire, ... vivevo molto di più d'estate e tutti i ricordi che ho riguardanti la mia infanzia e la mia adolescenza, non so perché, nel novanta per cento dei casi li ho sempre collegati a quel periodo là. Perché io vivevo in un paesino in cui vivevano settecento persone ma d'estate la popolazione quintuplicava perché arrivavano tutti i turisti e i miei più cari amici, alcuni ancora di oggi, li ho conosciuti perché io ero il locale che faceva amicizia coi turisti e quindi l'estate ha avuto a che fare con l'apertura, ha sempre avuto a che fare con le possibilità, anche quand'ero là.

E nel libro non poteva non esserci.

Non potevo farli incontrare in un periodo che non fosse d'estate. Prima di tutto perché avevo bisogno di esibire quei corpi che, anche se urlavano il desiderio, dovevano tacere e poi perché l'unico momento realmente sereno del loro presente nel libro è quando loro se ne vanno una settimana al mare. Il mare soprattutto l'ho sempre collegato all'estate, ho sempre sognato di viverci. Da valdostano è buffo, perché di solito uno sente un attaccamento molto profondo con le proprie radici quando vive in un posto geograficamente molto connotato. La gente che non potrebbe far a meno delle proprie montagne, della propria neve, dei propri boschi e vale per chi vive al mare, no?

Parli con qualunque isolano e comunque sentirà sempre mancanza del mare se lo porti a Roma. E io invece boh, non so perché, ho sognato sin da piccolo, ... cioè io mi ricordo questa cosa, che per me la settimana che si andava al mare in vacanza in famiglia era sempre comunque felice.

I ricordi più vividi che ho sono tutti legati lì. Mi sono spostato fuori dall'italia principalmente per amore. So che sono molto romantico, ma del resto è un po' la verità. Ma adesso che sono qui da un po' mi sono accorto che la prospettiva di vivere un clima diverso era stata altrettanto un bel motore per prendere questa decisione.

Iride: Hai vissuto in un paese attraversato dal turismo e poi hai deciso di migrare. Questi spostamenti di persone, questo vedere sempre nuove persone, cambiare ogni estate la propria vita, perché nel momento in cui arriva un gruppo di turisti nuovo ricomincia tutto da capo, ricominciano le amicizie, ricominciano le persone che vedi intorno a te e quando ti trasferisci in un altro paese ricominci ancora una volta tutto da capo su un livello diverso in modo diverso.

In che modo queste queste migrazioni in qualche modo hanno condizionato il tuo vedere il mondo, se lo hanno condizionato, e hanno condizionato il tuo vederti e scoprirti come persona gay?

Mattia Surroz: In realtà mi verrebbe da dire "totalmente condizionato", perché appunto prima facevo riferimento al fatto che se c'è qualcosa che accomuna tutti i gay in qualche misura è una forma di paura. Anche solo di quello che sei perché in qualche misura cresci in un contesto che ti fa sospettare che non vada bene. E quindi la paura è qualcosa con cui uno è incredibilmente a suo agio quando cresce in quella maniera là e la paura di cambiare, la paura di spostarsi, la paura è qualcosa che appunto, forse fa meno paura se tu sei abituato, in qualche maniera, a conviverci e a me quello che è successo è io sono sempre stato un cagasotto, uno che fa molta fatica a prendere decisioni, uno che è terrorizzato dai cambiamenti. Eppure, nonostante questo, sembra che sia tutt'altro perché non ho avuto paura, tra virgolette, di andare a Torino, da quel paesino da solo, per studiare e per rimanerci per quasi vent'anni.

Non ho avuto paura di decidere in mezzo alla pandemia di trasferirmi altrove ma non perché in realtà ci sia una qualche forma di incoscienza, ma perché quella cosa lì che dicevi la necessità di cercarti, di trovarti, purtroppo non passa attraverso gli altri. Perché tu hai paura che a quegli altri questa cosa possa non andare bene e ci metti molti anni a capire che non è molto importante che non vada bene, perché la paura di cui parlavo prima comunque ce l'ha sempre vinta.

Cioè, a me non me ne frega niente di andare in un albergo e chiedere una stanza matrimoniale. Ma se me l'avessi fatto fare magari qualche anno fa quando non ne avevo l'abitudine, io mi sarei accorto magari più spesso dello sguardo obliquo, dello sguardo interrogativo di qualcuno che non capiva o di qualcuno che capiva e automaticamente ti giudicava.

E quindi quella cosa lì si ricollega per me anche al coming out, perché una volta che hai fatto coming out tu sei costretto in qualche misura a farlo tutti i giorni. Ed è una fatica, ed è un lavoro, ed è qualcosa che non ti dovrebbe essere richiesto, ma che diventa anche una specie di dovere, perché secondo me, man mano che lo fai è come se ti facessi un callo e ce n'è bisogno di gente che anche se è pavida come me, metta quel poco di coraggio che c'ha. Perché io sono convinto che se nessuno avesse mai ogni tanto osato più di quello che doveva, anche cagandosi addosso, noi non so dove saremmo ancora adesso.

E siccome nessuna delle lotte e nessuno dei traguardi è definitivo, questa cosa qua è un esercizio costante. Se io adesso dovessi trasferirmi e andare in un posto in cui l'omosessualità è un reato, per esempio, dovrei ricalibrare tutto quanto. O dovrei dire:" Ma basta la forza e tutto quello che ho imparato in questi ultimi trent'anni di vita, per sopportare quel peso?"

No, forse no. O per insegnarlo a qualcun altro?

Quando vedi qualcuno che ha paurissima di far qualcosa, ma lo fa lo stesso, a me sembra che lì veramente hai risolto qualcosa. Perché io per esempio, da ragazzino ero terrorizzato che mi dicessero che ero gay e bla bla bla, però nonostante quello, andavo in giro vestito come una pazza. Era, non so, una forma di rivalsa, era una una forma di sopravvivenza. Era qualcosa che quando io vedo la persona timidissima che però, nonostante quello sceglie di mettersi la maglietta rosa, quella roba lì per me è pura sopravvivenza e quella ce la stiamo insegnando l'uno con l'altro.

Dicevo, per il mondo continua ad essere ostile anche se sembra di no.

Una ragazza trans, una ragazza lesbica deve sempre e comunque provare a far quella fatica per affermarsi e quando la fa sta insegnando a qualcun altro, come lui, che può farcela.

Penso che dopo aver letto il mio libro, se qualcuno non ha fatto coming out, un po' di voglia di farlo, glielo dovrebbe far venire.

Iride: In che modo sei entrato in contatto con la comunità LGBTQ?

Mattia Surroz: La prima risposta che ti darei è facendone parte, non è che ne sia venuto in contatto, ci sono nato dentro in maniera inconsapevole.

Ho scoperto poi che si tende principalmente ad aggregarsi o si tendeva anche storicamente ad aggregarsi, ma credo che abbia a che fare proprio con la stessa paura di cui ho parlato prima: la totale mancanza di sentirsi al sicuro di chiunque faccia parte della comunità. Poi cambia a livello geografico a livello storico, a livello anche di tempo.

Cioè vent'anni fa era una cosa, adesso un'altra, in centro a Milano non è come in provincia di Barletta, ....

Però diciamo che, come sono venuto a contatto? Io ne ero un membro inconsapevole... quando ho consapevolizzano il fatto di esserlo, da una parte, come dicevo prima, ho imparato che ci sono dei posti in cui uno può sentirsi un po' più protetto, per il semplice fatto che abbiamo tutti, tra virgolette, lo stesso problema, cioè il fatto di far parte di una minoranza che alla maggioranza presunta sembra non andare bene e quindi abbiamo tutti la necessità di dire "andiamo bene" e probabilmente insieme facciamo più rumore, siamo più visibili e quindi una persona sola contro il mondo può fare poco, se ci si mette insieme forse si può fare qualcosa anche solo per il diritto di esistere di cui parlavo all'inizio.

Però quella cosa di far parte della comunità io non l'ho scelto, esattamente come non ho scelto di essere gay. Quando l'ho consapevolizzano mi sono reso conto che il fatto che esista una comunità, purtroppo, esiste solo per difenderci da un mondo ostile e tutte le cose buone, sacrosante di autoaiuto, ma anche di presa di coscienza, che tutto quello che può essere definito comunità fa verso l'esterno, credo che nel contemporaneo sia diventato qualcosa di un po' anche stucchevole, per quel che mi riguarda, perché mi sento molto più al sicuro, anche quando ero piccolo, con la mia migliore amica, che invece era eterosessualee quindi teoricamente non faceva parte della comunità.

Quindi il fatto che qualcuno non sia etero o non sia cis a me non fa automaticamente sentire una qualche forma di vicinanza, sarebbe bello, è come dire:" Tutte le donne dovrebbero aiutarsi contro il patriarcato." Però se una donna si comporta come un uomo con gli stessi meccanismi patriarcali è mia amica o mia nemica?

Iride: Il tuo fumetto è anche una forma di lotta politica per te?

Mattia Surroz: Ma io credo che lo sia ogni nostra azione. Prima dicevo che il corpo è politico.

Però io quando ero piccolo mi ero profondamente innamorato, tra gli altri, anche degli Skunk Anansie. Perché era arrivata Skin no? Nera, però figlia di immigrati, londinese, lesbica, con quell'impatto visivo pazzesco.

Una bona pazzesca che però non rispondeva ad alcun canone possibile. Dove, urlando come una pazza, mi diceva:" Yes, it's fucking political." E io quindi a quindici anni, da subito mi sono fatto convincere di quel presupposto, è quella cosa che dicevo prima, di prender posizione.

Ma è ovvio che è politico. Il mio libro è profondamente politico, come lo sono tutte le storie che raccontiamo e che leggiamo.

E se qualcuno è convinto che una storia non lo sia o pensa che una storia non lo sia ci sono solo due possibilità: o non l'ha capita la storia o quella storia è brutta e delle storie brutte non sappiamo cosa farcene, nessuno le vuole.

Quando invece si tratta di non capirla, dipende quanto tu fai finta di non vedere che lì dietro c'è un posizionamento preciso.

Alcune di queste cose le ho capite molto leggendo i libri di Michela Murgia, dove sembrava che quello di cui si parlasse non fosse il punto. E invece poi non solo lo era eccome, ma la questione narrativa lo amplifica in maniera potentissima.

E quindi parlare di famiglia non tradizionale, per esempio teniamo per buona la definizione della destra italiana di quello che è la famiglia tradizionale, leggendo "Accabadora" capisci di cosa sta parlando lei, che è un romanzo che non ha personaggi queer.

E lì capisci che la finzione dice molto più la verità di quello che noi pensiamo sia cronaca.

È per quello che io penso che le storie sono molto importanti e penso che tutti i libri che ho fatto, compreso "Riflesso perfetto", siano politici. Sennò significherebbe che o è brutto, ho fatto una storia brutta e posso anche accettarlo, ma non fa niente. Oppure che io venga frainteso. E il fraintendimento adesso, secondo me, è una cosa molto comune. Perché si parla tanto, si parla troppo. Ci sono tante parole che diventano anche improvvisamente di moda da usare, più giuste di altre.

E quindi qualcuno ti deve sempre venire a dire come avresti dovuto fare qualcosa.

Invece la libertà di raccontare le cose come voglio, credo che chi racconta storie, chi scrive libri, chi scrive fumetti se la debba tenere stretta. Io penso: hai letto una roba, hai visto una serie, ti ha fatto schifo il finale, non fa niente. Ce ne facciamo tutti una ragione.

Poi dal momento che l'ho stampato, dal momento che è diventato un prodotto, te lo compri tu, è tuo. Fanne quello che vuoi. Demoliscilo pure, non è più mio.

Iride: Quali sono gli artisti e le altre artiste LGBTQ, se hai qualcuno o qualcuna in mente, che per te sono particolarmente significative?

Mattia Surroz: Mi verrebbe da risponderti in maniera generale: chiunque abbia avuto il coraggio di esprimersi esattamente per quello che era, perché è diventato un faro per qualcun' altro. Quindi il coraggio di imporsi soprattutto attraverso l'arte, la musica, il cinema arrivare lì e dire:" Questo esiste." Anche a livello estetico.

Prima parlavo di Skin, ma secondo me quella è la vera potenza, che uno arrivi e si piazzi lì e faccia così. Ma mi verrebbe da dire Bowie, mi verrebbe da dire Madonna, mi verrebbe da dire chiunque sia arrivato e abbia detto:" Così è, non mi interessa se ti va bene, io mi impongo, cioè mi passa sopra un carro armato, mi rialzo e mi rimetto la parrucca."

Invece, se dovessi fare dei nomi bisognerebbe spaziare un po' tra le varie arti e musicalmente mi vien da dire che ci sono tantissime cose che mi hanno formato, ma non ho mai fatto caso se un musicista o un cantante fosse etero o o no, o cisgender o no.

Per esempio sono super fan di Anohni che prima era Antony & The Johnsons, sono super fan di tante cose, anche pop.

Se invece ci spostiamo in altri ambiti o più vicino al mio mi sono reso conto che quella cosa lì politica, appunto di raccontare storie che hanno dei personaggi queer dentro, e quindi dei libri che diventano tutto sommato a tematica, soprattutto per quanto riguarda il fumetto, c'è un bel gruppetto di persone intorno a Bologna che sono più o meno tutte persone che hanno su e giù la mia età, con cui condivido esordi, con cui siamo anche amici, anche se tutti da lontano. E quindi mi verrebbe da citare non so Giulio Macaione, che secondo me migliora di libro in libro ed è molto consapevole sulla questione, appunto, LGBT o Flavia Biondi, che lo dico ovunque che probabilmente è un talento cristallino e soprattutto la sua posizione sulla questione mi sembra inequivocabile. Viene in mente Giovanni Pota no, che ho visto che avete anche intervistato, che anche lui ha qualcosa di cristallino in quel posizionamento.

Sono tutte persone di cui mi piace il lavoro e il fatto che non siano persone etero, che facciano parte della comunità LGBT, mi sembra quasi un caso, però non mi sembra mai un caso la maniera in cui trattano la questione. Non la strumentalizzano, c'è qualcosa di assolutamente onesto e quindi tu amplificando poi la risposta a chiunque abbia un atteggiamento onesto nei confronti di questa cosa mi piace e non perché è gay, ma perché tratta la cosa in maniera assolutamente onesta.

Quindi credo che anche una persona che non fa parte della comunità LGBT potrebbe o è assolutamente in grado di fare qualcosa a tematica, assolutamente onesto, a patto che parla di qualcosa che conosca.

Ed è ovvio che se parli di qualcosa che conosci o che vivi è più probabile che tu sia più aderente alla realtà.

Però credo che non ci sia nessuna specie di merito nel fatto che una cantante o un musicista, un violinista o un regista non sia etero, perché ti potrei fare mille esempi di persone appartenenti alla comunità LGBT che secondo me sarebbe molto meglio che non facessero quello che fanno.

Iride: Grazie mille per essere stato con noi e potete trovare questa intervista e qualche contenuto speciale e tutti i contatti per andare a scoprire meglio Mattia Surroz sul nostro sito iride.art e nei link qua in descrizione.

Per non perdere i prossimi episodi di Iride, potete iscrivervi alla newsletter sul nostro sito iride.art, seguirci sulle principali piattaforme di streaming tra cui Spotify, Apple Podcast e Google Podcast su YouTube e su Instagram. Grazie ancora e alla prossima!

Mattia Surroz: Io saluterei tutti quelli che hanno avuto la pazienza di ascoltare questo sproloquio o anche solo la curiosità di farlo e appunto faccio la marchetta: se qualcuno dovesse leggere "Riflesso perfetto", abbiate premura di scrivermi, perché per quanto io prima abbia detto quasi che non mi interessa molto il parere degli altri sulle proprie cose, invece è un punto debole e quindi se qualcuno dopo averlo letto, mi dice che ne pensa, mi sono accorto che mi piace e mi fa bene.

Iride: Correte in descrizione. I contatti sono qua sotto e scrivete, scrivete assolutamente a Mattia e grazie, grazie ancora.

Mattia Surroz: Grazie a te. Grazie a tutti.